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“Gentile Dottoressa”: è così che iniziano le lettere di Antonio. Ma perché scrive proprio a lei? Certo, Maria Grazia conduce un programma tv, è un volto noto ma può darsi che questo sia sufficiente a spiegare tante confidenze? Di lettere ne ha ricevute e ne riceve tante, c’è un po’ di tutto e col tempo ha adottato la strategia di non aprirle: troppe miserie, infamie, anche molestie. Meglio ignorarle. Eppure la lettera di Antonio sfugge a questa regola e la vita dell’uomo è lì, nero su bianco. Antonio e Francesca, fidanzati sin dai tempi del servizio militare. Un amore bello e pulito, fatto di complicità e passione. Poi il matrimonio, le solite scaramucce, lui che non va a genio alla madre di lei, l’ingresso di Antonio nell’Arma dei carabinieri, Francesca che diventa infermiera, l’arrivo di un figlio adorato. Tutto bene, tutto bello, l’amore la famiglia l’orgoglio per la divisa. Poi le prime crepe Gentile Dottoressa, i turni da infermiera e quelli da carabiniere a volte sembrano inconciliabili e la complicità, la passione di una volta cominciano a sfumare. Francesca sembra distante, certe tensioni diventano logoranti. In più, il mestiere del carabiniere è tostissimo e anche Alfredo, amico di Antonio, percepisce che l’orgoglio della divisa sta lasciando spazio a qualcosa che somiglia piuttosto a una nevrosi. Fino al momento in cui tutto precipita, la sospensione dal lavoro, la separazione, qualcosa che si rompe in un punto troppo profondo dell’anima…

Liberamente ispirato a una storia vera. Intuibile anche senza saperlo. Ma quale delle tante? Perché di donne che soccombono agli uomini che le amavano ce ne sono troppe. Uomini schiacciati dalla vita, il cui destino è finire in un ospedale psichiatrico giudiziario oppure nel carcere dei normali. Cosa porta il protagonista dalla depressione a una sorta di delirio di onnipotenza? Perché chi si è accorto della sua fragilità non è riuscito a intervenire, ad anticipare? Perché lo psichiatra ha preferito curare il sintomo piuttosto che la malattia? Lontana dallo stile reportage che aveva già adottato nei suoi scritti precedenti, l’autrice si lancia qui su un terreno diverso, quello della letteratura, quello che permette di aggiungere dell’empatia, delle suggestioni ai contenuti oggettivi e fattuali della pura cronaca. Rifuggendo però, ed è il grande merito del romanzo, alla conclusione un po’ banale e quasi assolutoria del raptus: l’enorme tragedia non si produce in un momento, è piuttosto il frutto di un lungo periodo di incubazione, per lo più inconsapevole. Ma affonda anche nelle convinzioni ataviche, nei pregiudizi, negli stereotipi (la famiglia da cartolina) che non hanno nulla a che fare con un’affettività adulta che, ahinoi, è fatta anche di conflitti. Pagine che sollevano tante domande, facendoci oscillare tra l’assoluto ribrezzo per il delitto e la più profonda pietà per un uomo perduto.



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